Cenere, il capolavoro di Grazia Deledda

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cenere

Può sembrare strano ma i libri sono un po’ come le persone:

cenereci sono quelli che attirano immediatamente la tua attenzione, tanto che una volta finiti è necessario un po’ di tempo prima di imbatterti in una nuova avventura e staccarti da quei personaggi in cui ti sei identificato che sono diventati un po’ parte di te;

e poi ci sono quelli che invece non ti lasciano niente, se non l’amarezza e il dubbio di non averli interpretati e compresi bene.

Alla prima categoria appartiene Cenere, romanzo di Grazia Deledda, scrittrice sarda premio Nobel per la letteratura, pubblicato nel 1903 a puntate nel periodico fiorentino Nuova Antologia e nel 1904 a Roma in volume unico.

Un’opera che nonostante il passare degli anni ben si adatta alla nostra moderna quotidianità: fonde con maestria la sofferenza e la speranza, il bene e il male.

Uno dei romanzi più belli di sempre e da leggere almeno una volta nella vita.

Olì, giovane donna, appare nelle prime pagine e ricompare solo nelle ultime per concludere tragicamente una storia di cui rimane protagonista assoluta, sebbene nascosta dietro il lungo svolgimento di una vicenda di assenza solo apparente.

Illusa e innamorata di un uomo che non potrà mai avere perché già sposato, cacciata di casa a causa dell’imminente maternità, si allontana dal paese facendo sparire ogni traccia di sé dopo aver abbandonato il figlio davanti all’abitazione del padre naturale.

Anania, il bambino, è l’unico segno di quella donna, di quella madre che lui continua ad avere in mente nonostante il passare degli anni, nonostante l’essere stato cresciuto amorevolmente nella casa paterna.

L’abbandono è un peso che grava sulla sua anima e gli impedisce di godersi pienamente le opportunità offerte da una nuova vita;

la volontà di ritrovare Olì e di salvarla da un destino e una fine infelice è il sogno costante in cui si crogiola durante l’adolescenza.

cenereNeppure l’amore per Margherita che rappresenta la vita stessa, il sogno, riesce a placare il suo desiderio, il suo senso del dovere nei confronti delle sue radici così torbide e lontane;

quelle che come scrive la Deledda lo fanno sentire vile, viscido, nero, carne della carne di sua madre e per questo anch’egli delinquente, misero, abbietto.

Quella madre amata e detestata, quella madre che porrà tragicamente fine, dopo il loro ricongiungimento, alla disperata follia di Anania, regalandogli ancora una volta la vita.

Impossibile non definire Cenere un prezioso gioiello: una trama corposa e ben sviluppata, la descrizione di personaggi immortali, di scorci del territorio sardo, una penna che incide con forza il racconto del dolore.

Perché leggere Cenere:

  • È una riflessione sui legami e sul sangue che unisce e divide;
  • E’ il racconto del dolore, dell’egoismo, della speranza, della sottile eppure marcata linea che divide il bene e il male, intesi come due facce della stessa medaglia, quasi indispensabili l’uno per l’altro.
  • E’ anche l’attuale storia di tante donne che con fede si scontrano contro il muro della durezza della vita, dell’amore e dei sogni che portano al desiderio di fare di tutto pur di scappare dal grigiore di una vita che non è come la si immaginava, dei mille sacrifici e del tempo speso aspettando e confidando in un pizzico di fortuna e affetto.

Alla Fine

Cenere è ciò che resta dopo che tutto è bruciato, svanito;

sono i brandelli dell’anima che sopravvive al dirompere delle passioni, ai rapporti familiari consumati fino alla dissoluzione, la vita messa di fronte alla sua fugacità.

Ma cenere è anche il covo dove si annida una nuova scintilla, il punto da cui ripartire e risorgere più forti di prima.

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