Laura Cosseddu, Io sopravvissuta al Corona Virus

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Laura Cosseddu

È difficile scrivere in questo periodo, specialmente per me che sono semplicemente una Blogger.

Si ha paura di sbagliare, di essere fraintesi, di non essere compresi fino in fondo. E allora è meglio dare voce a chi sa di cosa parla, a chi questa guerra contro il Corona Virus la sta combattendo, sul campo.

Per questo ho chiesto a Laura Cosseddu, quarantaquatrenne originaria di Carbonia, ma residente a Milano, di raccontarci il suo faccia a faccia con il Covid-19!

Laura infatti è una sopravvissuta, non ancora dichiarata guarita, che ha vissuto sulla sua pelle la positività al virus.

I primi sintomi, la paura, la conferma, il ricovero.

Laura sei una delle migliaia di persone che ha contratto questo maledetto Covid-19, come hai scoperto di aver contratto il virus?

Io e il mio compagno abbiamo iniziato ad avere dei sintomi Il 24 febbraio.

Io la mattina sono andata in ufficio ma avevo un po’ di tosse quindi ho deciso di tornare a casa il pomeriggio e di lavorare da casa tutta la settimana; anche perché dal 21 febbraio stava cominciando ad arrivare l’emergenza dopo l’evolversi della situazione a Codogno. 

Nella stessa giornata del 24 il mio compagno ha iniziato ad avere la febbre,  ha avuto la febbre alta per circa 3 giorni e nonostante l’antibiotico la febbre non scendeva, era sempre più stanco. Io il 28 ho iniziato ad avere dei fortissimi mal di testa da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Anche a me è comparsa la febbre, non altissima,  un forte senso di spossatezza, assenza totale dell’olfatto, cambiamento del gusto, insomma abbiamo passato dei giorni totalmente a letto.

Contemporaneamente però chiamavo i vari numeri preposti all’emergenza, e chi mi rispondeva cercava comunque di rassicurarmi:  ti dicono di chiamare il  tuo medico, di non andare al pronto soccorso e cercano in qualche modo di rassicurarti chiedendoti per prima cosa se sei stato a contatto con cinesi o con qualcuno che ha contratto il virus!

Ma ovviamente non puoi sapere se sei stato a contatto con persone che hanno contratto il virus.

Insomma fatto sta che i giorni continuavano a passare, ho chiamato anche la guardia medica che è venuta a casa  domenica 1° marzo, non ha riscontrato la polmonite, ha constatato che la situazione era critica ma non ci ha comunque consigliato di andare all’ospedale!

Il giorno dopo,  il 2 marzo  alla fine ho deciso di chiamare l’ambulanza. Ho fatto quindi ricoverare il mio compagno, era sera tardi, ed è stato ricoverato al pronto soccorso del Niguarda.

Il giorno dopo, il 3, mi sono presentata anche io spontaneamente sempre al Niguarda dicendo che ero la sua compagna e che molto probabilmente c’era qualcosa che non andava e volevo essere controllata.

Sono così entrata al pronto soccorso la mattina e non sono più uscita; ho fatto il tampone e nel frattempo l’ha fatto anche lui e abbiamo scoperto di essere positivi.

Lui è stato ricoverato in medicina d’urgenza, io invece nel reparto malattie infettive

Come hai vissuto il tuo ricovero al Niguarda, l’ospedale milanese che ti ha ospitata per 10 giorni?

Io sono stata in ospedale una settimana e l’esperienza è stata molto dura perché tu stai  in una stanza tutta tua, in isolamento, da sola, ovviamente non stai bene fisicamente, non sai bene cosa accadrà perché il virus  è un qualcosa di nuovo, per cui non capisci bene cosa ti sta succedendo!

I miei sintomi non erano certamente quelli di una persona che è grave, lo sapevo molto bene, però stavo comunque male, ero molto debole.

Tutti i giorni mi misuravano l’ossigenazione del sangue,  mi hanno fatto tante analisi, mi hanno fatto le lastre.

Ho avuto anch’io la polmonite che comunque è stata presa in tempo;  probabilmente il virus con me non è stato così tanto aggressivo o probabilmente avevo delle buone difese immunitarie, non lo so!

Sono stata da sola 7 giorni, vedendo i medici e gli infermieri circa due volte al giorno, entravano vestiti  completamente, protetti, sembravano quasi da marziani; oppure mi parlavano con l’interfono: ad esempio mi dicevano di misurarmi la temperatura, mi chiedevano come stavo.

Tutto per cercare di entrare in contatto con il malato il meno possibile in modo tale da evitare il contagio, perché sebbene siano completamente bardati, sono sempre a rischio.

Usano i doppi guanti e quando ti fanno i prelievi, poverini si scusano perché ammettono di non riuscire a sentire bene al tatto le vene; dentro quella roba lì sudano come dei pazzi, sono veramente affaticati, sono stanchi e stressati emotivamente ma anche fisicamente. Per loro è una prova enorme.

Io in ospedale ho vissuto molto la solitudine, la paura, soprattutto per il mio compagno, perché non riuscivo ad avere notizie.

Sapevo che stava sempre peggio e vivevo in uno stato di angoscia e disperazione, perché avere informazioni su di lui era veramente difficile.

Dopo una settimana mi hanno dichiarato clinicamente guarita. Ciò significa che i miei parametri erano a posto ma questo non significa che io sia guarita.

Quindi sono tornata a casa e sono in quarantena dal 10 di marzo; la mia quarantena finirà il 23 marzo, ma fino a quando non farò i tamponi a 24 h di distanza che risultino tutti e due negativi non potrò essere dichiarata guarita del tutto. Qualora ciò non accadesse, dovrò continuare la quarantena.

Laura Cosseddu

Laura Cosseddu

Il tuo compagno è ancora in pericolo, naturalmente non puoi vederlo, come stai affrontando tutto questo?

Il mio compagno è ancora  in terapia intensiva come purtroppo molte altre persone, quindi la situazione è molto delicata e ovviamente la prognosi è riservata.

Vivo costantemente nell’angoscia, nella paura, soprattutto quando squilla il telefono.

La mia vita è sospesa in questo momento: e tutta questa angoscia la vivo da sola, dentro casa, per cui è difficile da spiegare quello che si prova.

Si passa da momenti di in cui ti senti fiduciosa a momenti in cui ti assale la disperazione; l’angoscia che ti mangia dentro, che ti travolge.

Io sono molto credente, mai come adesso la forza che mi sta dando Dio mi sta aiutando perché in certi momenti hai solo bisogno di lui, perché non hai altro in questo momento.

Siamo tutti molto soli, siamo in tanti lontano da casa, non possiamo abbracciarci o toccarci e questo vale per tutti ovviamente.

Ma pensa però a persone come me che vivono questa situazione completamente isolate, è qualcosa di veramente  terribile.

Ancora tante, troppe persone non capiscono la gravità di ciò che stiamo vivendo, il perché del “dobbiamo stare a Casa”.
In questi giorni hai postato su facebook un video molto toccante, vuoi dare un messaggio anche a chi ci legge?

Che cosa vorrei dire al mondo fuori?

Vorrei dire che la terapia intensiva è l’ultimo stadio che ti permette forse di riportarti alla vita.

In terapia intensiva non ci vanno soltanto le persone anziane, i vecchietti che hanno diritto alla vita come chiunque altro!

Ci finiscono anche i giovani,  persone di 40 anni, di 30, che sono anche decedute;

in terapia intensiva ci può finire chiunque, ovvio che se poi hai dei problemi questo aggrava la tua situazione, ma anche se sei una persona sana le complicazioni possono emergere comunque.

Trovarsi in terapia intensiva vuol dire che il tuo corpo è affidato a delle macchine, sei in coma farmacologico, sedato e quindi non sai cosa ti accade intorno; sei intubato, a volte tracheotomizzato, altre volte ti attaccano all’ecmo, che è una macchina extracorporea che filtra l’ossigeno in modo che il sangue venga ossigenato e possa arrivare bene i tuoi organi.

Finire in terapia intensiva è qualcosa di terribile ma allo stesso tempo è ciò che forse può aiutare a salvarti la vita.

Io vorrei dire alla gente che ancora va fuori, che ancora si lamenta perché si annoia a casa, perché non ce la fa più, per tutte le stronzate che dicono (scusami se sono così volgare) che dovrebbero tacere e smetterla di lamentarsi! Non stanno andando in guerra, stando a casa possono salvare non solo le loro vite, ma le vite dei loro parenti, dei loro amici;  perché questo virus è Democratico!

Ciò significa che può toccare chiunque, ciò significa che è un nemico invisibile, ognuno di noi è nemico, ognuno di è un potenziale nemico! La realtà è questa.

Noi combattiamo contro un nemico invisibile, quindi la gente deve stare a casa assolutamente.

Non ci sono altre vie. Probabilmente quando ogni persona verrà toccata nel proprio piccolo, nel proprio giardino allora capirà e allora si pentirà, e purtroppo so che piangeranno  in tanti.

La verità è questa, perché questa è una guerra: c’è chi l’ha capito e c’è chi ancora fa lo strafottente, pensa di essere Dio, ma di Dio ne esiste uno solo, per cui è inutile fare gli eroi, c’è poco da fare.

Gli eroi adesso sono veramente i medici, i sanitari, gli infermieri che stanno in trincea, che si stanno ammalando e se si ammalano loro è finita.

In Lombardia la sanità funziona. Ma in Sardegna? In Sardegna sarebbe una strage, una carneficina e di questo ne sono sicura.

Questo messaggio deve passare molto chiaro: se la gente vuole vivere deve stare a casa perché rischia di non essere curata; perché in Sardegna non ci sono abbastanza posti di terapia intensiva; la gente deve stare a casa.

Rischia di morire soffocata a casa propria, malata, da sola. Questo è vero! Succede questo.

Qui la gente sta morendo, le persone che muoiono non possono essere salutate dai loro cari perché i corpi sono contagiosi e devono essere cremati subito.

Forse un po’ di durezza. di crudezza in queste parole serve ora, e ti pregherei  di usare queste parole, perché forse è l’unico modo per toccare gli animi di persone che sono veramente ancora troppo lontane dalla realtà!

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